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Pensieri e note Poesia

Padre falco

Prima di partire
ho lasciato il mio cane
ad un impagliatore, e l’ho pregato
di tenerlo sempre come nuovo,
sempre giovane, fedele e scattante

Prima di partire
ho guardato il sole
diretto, senza mettere gli occhiali
e ho trovato la risposta ad ogni cosa
e ho capito che esser cieco non è male

Oggi è sabato
e la gente sta a casa
mentre io resto inginocchiato davanti ad un altare,
fuori da questo portone in cui io non entrerò,
rimango qui con fiato corto e sguardo spento

Prima di partire
ho baciato un barbone,
l’ho accarezzato, e gli ho donato
un po’ di soldi e un po’ di pane
e l’ho lasciato finalmente senza un padre

Prima di partire
ti ho ascoltata uscire
fuori di casa, e tu eri di fretta
per andare a prendere i bimbi a scuola
e ti ho rubato tutti i tuoi gioielli

Oggi è domenica
e la gente deve riposare
e la gente è stanca dopo giorni di lavoro,
la notte è fredda e il giorno caldo e non c’è tregua
per chi rimane alla mercè di questa nebbia

Prima di partire
non ho preparato niente
nessuno zaino, nessuna valigia
perché questa camminata non mi porta
in nessun posto in cui io voglia andare

Prima di partire
ho parlato con mio figlio
e gli ho detto di quanto per me fosse importante,
perchè un figlio per me è sempre un figlio,
anche se il padre se n’è andato come un infame

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Pensieri e note

Memorie di un vecchio del ventunesimo secolo

Oggi il mio sguardo è un po’ più stanco.
Svegliarsi non è sempre semplice, soprattutto dopo essere andato a letto tardi per finire di sbrigare quelle faccende familiari da cui non puoi isolarti.
Ho spento la luce e chiuso gli occhi. Non ce la facevo più.
Una porta chiusa, una tapparella abbassata.
Il confine lontano, non lo vedo più.

Lei è sempre stata lì, pronta a perdonarmi.
Io no, mi sono sempre condannato.
Ma lei no, e nemmeno il prete. Quindi, collego, nemmeno Dio.
Nessuno di nessuno. Nessuno si è incazzato con me.

Un errore che si porta dietro da 9 anni.
Io mi incazzo con me, certo, quando penso che ho una figlia che considera tale quel prodigio di bambino che è mio nipote.
Un errore, non tanto per l’averlo fatto nascere, ma proprio perché qualunque cosa lui faccia la sbaglia.
E’ un errore vivente. L’incarnazione perfetta dell’errore.
Un coglione antropomorfo.
E ben le sta, vista la sua sfacciataggine.

Mia figlia è laureata con il massimo dei voti, ha fatto anche meglio di sua madre.
Si è sposata con l’uomo della sua vita, grazie al cielo.
Ha dato alla luce un bambino con un innato senso artistico, ma che è un brocco in qualsiasi cosa non sia artistico.
La sua bisnonna era una pittrice, e anche il suo bisnonno si dilettava in produzioni artistiche amatoriali.
Spero capisca che l’arte non dà un lavoro. L’arte non risolve problemi. L’arte dà solo risposte a domande che non sei sicuro di saperti porre.

Il marito di mia figlia è nero.
E’ nero di pelle, è nero fascista, è nero anche d’umore. Lavorava per un’impresa di pompe funebri, murava i cani morti nei forni al cimitero.
Lui ha trovato in lei l’unica via d’uscita da quel controsenso che era la sua vita.
Lui, un nero fascista, incazzato nero, mai amato da nessuno.
Lei, una bianca vegana, innamorata dei fiori, delle verze e della carne viva –  e non morta nel piatto.
Si sono incontrati al funerale del nostro cane.
Io certe cose ancora non le tollero.

Da quando seppelliscono i cani, con “cerimonie” pagate dalla Regione, a me sono cadute le palle.
Un celebrante con la fascia tricolore, la maschera da Pluto e un libro pieno zeppo di formule da recitare per garantire al cagnolino deceduto il riposo eterno (laico).
Sarò all’antica, ma per me una bestia se muore non va in paradiso.
Al massimo finisce sepolto dietro casa sotto un fiorellino, tanto per dire: “Caro Fido, sei stato proprio carino, grazie tante per la tua fedeltà e salutaci i vermi”.

Fido, che cane stupendo.
Che nome scontato, che pelo sporco, che carattere di merda.
Però mai una volta che mi abbia fatto entrare in casa un ladro, mai una volta.
I ladri, gli zingari, i testimoni di geova lo temevano, e io lo sapevo che me lo avrebbero avvelenato.
Secondo me è stato quel prete che una volta era stato morso da Fido alle chiappe… Quante risate!

Mi manca Fido, un po’, ma per mia figlia la sua perdita è combaciata con la perdita dell’innocenza.
Aveva 15 anni, lei. Mai un dubbio, fiera carnivora e cattolica fervente.
Poi questo episodio, il prete lei non lo ha mica mai perdonato.
Sì, ci va ancora a confessarsi da lui qualche volta, ma mica per il prete.
La morte di Fido l’ha portata a nutrirsi solo di fagioli e di insalate, di sedano e di pomodori e di mais.
E’ andata fuori di testa, la poverina.

Io certe cose non le tollero.
Non tollero i funerali dei cani.
Non tollero quelli che mettono il formaggio sulla pasta col tonno.
Non tollero quelli che arrivati alla mia età vanno ancora in palestra e si fanno la fidanzata, una all’anno, e credono di essere loro a non volere figli.
Non tollero questa mancanza di responsabilità negli uomini.
Le donne non ne hanno bisogno di uomini che non siano responsabili. Hanno bisogno di uomini che siano uomini, non femminucce.
Sennò ha senso tutto, dal funerale dei cani al divieto di sposarsi tra uomo e donna se non si fanno figli.

Io avrei riso, se me l’avessero raccontata quando mi sono sposato io.
Crescita 0. Ogni donna ha 0,05 figli. Siamo solo vecchi.
A 65 anni sono ancora giovane, rispetto alla gente che circola.

Mia figlia ha avuto subito un figlio, ora aspetta un’altra bimba.
Non perché la volesse, ma perché se in età fertile non fai un figlio ogni 5 anni (non un anno di più, ne uno di meno) ti annullano il matrimonio e devi pagare una multa salata.
Lei voleva una famiglia numerosa, poi è passata la legge e non è più possibile fare figli se non quando l’ASL ti manda il richiamo.
Ogni 5 anni, l’ASL chiama le mogli della città, gli dà la pillola per rimanere incinta e dà 30 giorni di tempo.
Dopo 60 giorni dal richiamo c’è la visita: se la donna non è rimasta incinta, fanno le dovute visite mediche.
Se è la prima volta, se la donna è sterile viene avviata la procedura di annullamento del matrimonio.
Se non è la prima volta, si procede con le cure di ormoni per poter effettuare la fecondazione in clinica.

Per fortuna non è stato un grosso problema per mia figlia.
E’ rimasta incinta al primo colpo di quello strabiliante coglione di mio nipote.
Un biondino, chissà come è uscito. Mia figlia ha i capelli neri corvini e gli occhi verdi, e lui la ricorda solo vagamente in certi tratti dolci del viso.
Il padre donatore deve essere stato un nordico.

Il marito di mia figlia non sapeva di poter avere figli.
Nessuno glielo aveva insegnato, perché ormai sono cose che non si credono possibili.
Io sì, ho messo incinta mia moglie, ma erano altri tempi e certe cose si potevano ancora fare.

Belli i vecchi tempi, quando potevi andare in moto senza casco o fumare nei luoghi pubblici.
Non che io fumassi: avevo solo 12 anni quando la legge antifumo è stata approvata, nel 2003.
Però si respirava un’aria diversa, forse perché non c’era bisogno di tante leggi, una volta.

A 5 anni dal concepimento del piccolo coglione, il nero fascista ha messo incinta mia figlia, non so come sia accaduto. Cioè – lo so, ma non speravo fosse ancora possibile.
Mia figlia poi lo ha dovuto segnalare all’ASL, che suo marito è “non sterile”.
Al nero gli hanno fatto i controlli, la profilassi e tutto quanto.
Lo hanno dimesso dopo qualche giorno, dopo averlo dichiarato sano e avergli fatto la proposta di diventare donatore di seme.
Lui non se lo aspettava, e penso che voglia declinare.
Quelli come lui e come mia figlia, a volte, preferiscono non accettare certe pratiche moderne.

Resta poco tempo, ancora.
Ho 65 anni e penso che i miei giorni finiranno prima del tempo.
In ogni caso, non so quanto resti a mia moglie.
Lei ha 66 anni ed è ancora bellissima nonostante l’età, ma inizia a dare qualche segno di cedimento.
Dopo la menopausa ha avuto un lentissimo ma progressivo peggioramento nella deambulazione.

Siamo in due, non siamo soli.
Quando avvengono certi incontri, la tua realtà non può più essere virtuale.
Bisogna affaticarsi, sporcarsi, cedere.
Ci si deve svegliare più stanchi di quando sei andato a dormire.
Questo, la realtà virtuale non te lo permette.

La mia memoria finisce quando termino i giga sul telefono.
“Troppo tempo attaccato al telefono”, mi dice.
“Troppe app, e non mi so applicare”, penso io.
Pelle sottile, la mia. Si rompe con un graffio.
Ci manca che mi si rompa anche a me la dentiera, e sarò condannato a un’eternità di brodini.
Fortuna che manca poco, ancora.

Era facile, quando ero giovane, bello, alto, snello, simpatico, con un duro pisello, libero da moglie come un fringuello.
E mi piaceva fare rime stupide, che vincevo le gare di poesia contro i miei amici buttandola sul nonsense.
Era facile allora, o la facevo facile io.
Ora mi sembra inutile.

Il pela-scorza del dolore ha tolto la scorza acida e profumata da quel limone dalla polpa gonfia e sugosa che è la mia vita.
Il mio fisico avvizzito l’ha spremuto.
Ora devo bere dall’amaro calice tutto il suo aspro succo.
Troppo limone. Se chi vive sperando muore cagando, io spero di non morire stitico.

Chi mi ridarà la scorza frizzante di quegli anni giovani, passati a dover fare scelte?
Chi mi ridarà le opportunità che ho perso, le scelte che spettavano a me e che ho relegato alla poltrona?
Chi mi ridarà lo spirito di freschezza, di coraggio e di osservazione che ho sostituito con un’app per organizzarmi la vita e renderla scevra da imprevisti?
Chi mi ridarà i migliori anni della mia vita, ora che sono vecchio?

La mia vita. Una, sola.
Bisogna essere in due, per non essere soli.
Una boccata d’aria fresca in questo mattino umido e ventilato nella periferia della mia città.
Qui ci sono nato, cresciuto, mi sono sposato, ho dato i natali alla mia prole, sono invecchiato e sono morto, più e più volte.
Tutte le volte senza una speranza, perché le cagate più grandi le avevo già fatte.