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Qualcosa per te

Tua mamma mi dice che dovrei fare qualcosa per te.

Dovrei scriverti una canzone, oppure dipingere un quadro, o scriverti una lettera in rima.

Per te, se permetti, non ho intenzione di fare nulla di tutto questo.

Vorrei poter mettere da parte certe cavolate, e iniziare a guardare le necessità, esserci per te e fare in modo che il tuo cercare una guida in me sia ricompensato in maniera non dico degna, ma almeno umanamente corrisposta.

Per te cambierò me stesso, cambierò ció che mi piace e ciò che amo fare.

Per te limerò i miei spigoli e mi abbasseró a pulire merda e sudare freddo.

Per te che non speravo di sapere, per te che non osavo augurarmi di poter un giorno tenere tra le mie braccia, per te io vivo in attesa.

Io che vivo sempre tutto per me, spremo tutto e tutti come un limone per berne il succo e il resto lo butto… Per te mi spremerò e mi butterò giù, e la mia ricompensa sarà forse solo quella di tornare in piedi e riprovare.

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Scatole vuote, scatole piene

Com’é possibile che noi siamo un tale paradosso, così finiti e semplici (per quanto organicamente complessi) eppure così pieni di altro?

Siamo piccoli rispetto al mondo, minuscoli rispetto al Sole, infinitesimi rispetto all’universo.

Eppure, in noi, ha sede un universo concentrico, fatto di bene e male, e tutto ciò che di relativo c’é in un universo.

Non é relativismo, ma un congruo assolutismo, se affermo che le realtà che in noi si verificano cambiano a seconda del nostro umore e di cosa viviamo.

Io stesso non capisco come sia possibile sentirmi così sempliciotto, così naif, quasi volto al bene, ad amare la vita e a pensare sempre bene degli altri, giustificando chi sta facendo il male, ed avere in me un abisso di male nero, profondo quanto un pozzo, da qualche parte, forse nel mio cuore.

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Statue

Sai, a volte penso che viviamo in un mondo in cui quelli come me e te non sono e non saranno mai capiti né accettati.
Quelli come noi, le persone con caratteri difficili, diretti, maleducati, insolenti…
Quelli come noi, insomma, non avranno mai spazio nel loro mondo.

Noi siamo la gente comune, la gente che deve accontentarsi, che fa lavori normali e guadagna uno stipendio che (se va bene) le permette di lasciare un appartamento da ristrutturare agli eredi e qualche quattrino per iniziare i lavori.
Noi siamo quelli che non avremo mai esperienze lavorative nel curriculum tali da aprirci ogni porta, e se mai diventiamo manager ne sentiamo solo il peso delle conseguenze.

Loro sono perfetti, posati, professionali, sempre col vestito della festa, sempre coi denti e i colletti bianchi, sempre con le scarpe lucide e i capelli ben tagliati.
I loro fisici sono scolpiti, e se mangiano molto è solo per spendere bene i loro cospicui buoni pasto.
Non lavorano per vivere, perciò non è lontano dal vero il dire che vivono per lavorare: più probabilmente, vivono per il guadagno che viene dal lavoro e non si limita al denaro.
Il loro guadagno sta nel successo, sta nell’essere nel giro giusto, sta nel sentirsi accettati dagli altri – altri che non sono veramente interessati ad accettare o interessarsi a loro, e la cosa è reciproca.

Eppure nessuno di loro, sotto sotto, è come vuole sembrare.
Sono sempre stati come noi, e tolto l’abito alla moda e lo sguardo da persona di successo, quando sono soli nel loro cesso, loro si rivelano per come sono.
Loro diventano come noi.
Loro sono fragili, hanno incertezze sul loro futuro, spese che non tornano (poco cambia che siano spese dovute ai loro bisogni essenziali o ai loro vizi), ma non hanno la vertigine della precarietà che abbiamo noi, quando la abbiamo.
Perché, in fondo, anche noi ce la passiamo bene più di qualche volta.
No, non stiamo con le pezze al culo, e le difficoltà ci sono ma si affrontano – loro, spesso, pagano altri per affrontarle al posto loro, pagano case di cura per i genitori anziani, tate per i loro figli, domestiche per pulire il cesso.

Sono diventati incapaci di amare soltanto per non soffrire, per smettere di giudicarsi, per non sentirsi in colpa né vedere le proprie mancanze. Chi li smerda, per loro, è morto.
Noi, spesso, ci giustifichiamo, neghiamo l’evidenza, ma conosciamo i nostri limiti.
Siamo sbagliati, peccatori, infami, traditori, ma sappiamo chiedere perdono e perdonare, a volte persino amare.
Loro, purtroppo, sanno giudicare gli altri, sempre con due pesi e due misure, e quella che provano per sé stessi non è più indulgenza o vergogna ma solo una strana, stagnante apatia.

Hanno passato una vita a tagliare, smussare e comprimere sé stessi, pur di entrare in quelle scatole che altri hanno confezionato per loro.
E poi vogliono fare lo stesso con noi, troppo eccessivi, troppo esuberanti, troppo abbondanti.
Ci costringono a essere più piccoli, più falsi, più contenuti, con la sottile minaccia di toglierci ogni confidenza e con la promessa di rimanere dei falliti.

Noi, però, vediamo il bicchiere mezzo pieno. In ogni fallimento, noi vediamo un’opportunità.
E loro, tutti impostati, con le giuste maniere, i dovuti modi, la loro simbolica immobilità, la loro concreta incapacità di agire, ciechi, ci guardano dall’alto come statue su un piedistallo.

Noi veniamo da ogni parte, da ogni credo e ogni tradizione, ma siamo tutti consapevoli che dalla morte può nascere la vita.
Loro si fermeranno solo sotto la loro splendida, scintillante, monumentale lapide.

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E a me che cosa resta?

Poeta, musicista, pittore, fotografo, e poi tante altre cose ancora.

Possibile che non vi rendiate conto di quanto io sia interessante?

Eppure avete visto, e lo ripeto: poeta, musicista, pittore, fotografo, e chissà…

E poi che poeta, un funambolo della metrica…

E che musica, eclettico a dir poco, e polistrumentista.

E il tratto, e la pennellata, segni inconfondibili del mio innato talento, e che dire del modo leggiadro e discreto con cui il mio indice affossa il pulsante di scatto e… Click!

E ancora mi ignorate, mi parlate come se fossi come voi, e io sono magno nella mia artisticità.

Come osate? Come dite? Lo sapete! Mi conoscete!

Dite che scrivo come un qualunque poeta naif, e che improvviso in ogni frangente e in ogni genere artistico.

Il fatto di saper suonare poco molti strumenti non fa di me un musicista.

Solo gli scemi, poi, dipingono e si vergognano.

Meglio mettere la testa nella sabbia, e loro sapranno comunque, ma ignoreranno che tutto ciò lo faccio per loro.

E a me? A me cosa ne resta?

Forse solo il piacere nel fare arte, di mettermi da parte.

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L’ordine viene da Oriente, il caos da Occidente

Non è Capodanno, ma oggi ho fatto un elenco di buoni propositi per il prossimo periodo.

La mia vita in questo momento è “tranquilla”, di quella tranquillità stagnante e tiepida tipica delle paludi.
Ho bisogno di una scossa, di un movimento, di qualcosa che possa trasfigurarmi senza snaturarmi.
Ciò di cui ho bisogno è una “riorganizzazione mentale” di quelle che anni fa occorrevano periodicamente nella mia vita, e che mi aiutavano a “tornare in me”.

Quando non ero ancora sposato e vivevo con mio padre, avevo la mia camera da letto.
Essa era il mio spazio e, quando ne avevo bisogno, potevo “liberarmi” dal caos che imperava e che spesso rispecchiava il mio stato mentale.

Da quando ho una casa mia, un mio proprio appartamento condiviso con mia moglie, tenere le redini dell’ordine e della pulizia non è solo diventato difficile da un lato pratico – perché più spazio, più mobili, più oggetti significano più sforzo e più tempo necessario per il riordino – ma anche da un lato mentale.

Per me il riordino è prima di tutto un esercizio della forza di volontà, necessario per la natura della mente umana, mentre il famoso decluttering, ossia il ridurre all’essenziale la quantità di oggetti in proprio possesso, è più che altro uno dei modi per rendere più semplice la pratica del riordino.
Il riordino potrebbe essere una pratica laica, senza alcun riferimento religioso o filosofico.
Per chi come me cerca la cristianità nella quotidianità, il riordino può essere parte della pratica esteriore e unirsi alla preghiera interiore e silenziosa, soprattutto quando a beneficiare dell’armonia portata dal riordino sono anche altre persone, cioè i propri familiari e coinquilini.

Al di là di quello che va di moda pensare da qualche anno a questa parte, non c’è nulla di zen nella pratica del riordino.
Piuttosto, credo che lo zen possa comunque “mascherare” con un’aura misticheggiante questa pratica, in riferimento soprattutto all’idea comune che l’ordine venga dall’Oriente e il caos da Occidente.

Oggi ho quindi bisogno di tornare a fare ordine, perché ho trascurato per troppo tempo la mia casa.
Ho anche bisogno di iniziare ad accettare che la polvere pian piano tornerà a depositarsi dove pulisco, che la presenza dello sporco e il ricrearsi del caos è normale e naturale per la propria natura dell’uomo e del suo ambiente, in quanto segno della propria presenza.

L’elenco dei buoni propositi che ho fatto è più che altro una catena di “azioni e reazioni” che mi potrebbe portare a cambiare drasticamente come passo il mio tempo, a darmi uno stato mentale migliore e a cambiare la prospettiva con cui vedo le cose.
Meglio di qualche seduta da uno psicologo, credo.

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Contro il controllo

Qualche anno fa ero uno scrittore compulsivo, e trovavo grande soddisfazione nello scrivere appunti sui miei taccuini (Moleskine originali o meno…).

Quando ho passato periodi di grande introspezione – in cui dovevo affrontare il peso del mio passato, la paura per le scelte e le responsabilità che il futuro mi metteva davanti, stress lavorativo, difficoltà relazionali, il peso dei miei errori (e del mio errare, in senso lato) – trovavo nel scrivere fiumi di parole un senso di sollievo, di brillantezza nella mia mente, e potrei paragonare quel processo come una forma di “meditazione su carta”.

Da quando mi sono sposato, ormai più di 6 anni fa, ho praticamente smesso di scrivere.
Quelle poche volte in cui scrivo è perché sento la nostalgia per quel tempo passato, e vorrei tornare a impegnarmi in qualcosa di buono per me che non sia solo una forma nascosta di egoismo.

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Approcci all’arte

Una volta suonavo la chitarra: spesso durante le vacanze avevo la chitarra in mano durante le uscite con gli amici, durante le gite o le tratte sul pullman – ero quello che suonava per fare cantare gli altri, oppure quello che si perdeva tra gli accordi in un angolino del salone o steso su un prato mentre la vita accadeva intorno a lui.

Ho scoperto poi, per caso, che mi interessa molto la musica elettronica, nel senso di musica prodotta con strumenti elettronici e computer.
Quando iniziai a registrare, in sordina, le prime tracce sul mio PC fu per emulare un ragazzo della mia compagnia dell’epoca che, un pomeriggio a casa sua, mi aveva fatto sentire qualche pezzo strumentale registrato da lui, prevalentemente con una chitarra acustica amplificata e con la pianola del fratello.
Tornato a casa tentai di registrare anche io ma, con sorpresa, mi accorsi di non saper cosa suonare.
Improvvisai qualcosa, poi aggiunsi qualche effetto a caso, provando con riverbero, delay e fuzz. L’impressione iniziale fu tale da darmi l’input per proseguire, nella mia ignoranza, con altre registrazioni.

Arrivai negli anni al punto di abbandonare quasi del tutto la chitarra, preferendo un software DAW e un controller midi, oppure un sampler o un synth con sequencer.
In questi giorni, continuo a registrare tracce che definisco sperimentali anche se spesso sono di una banalità disarmante, a causa della mia scarsa conoscenza accademica in ambito musicale.

Riflettendo tra me e me mentre svuotavo e riempivo di nuovo la lavastoviglie, sono arrivato alla conclusione che per ogni artista, musicista o pittore o altro, sono possibili molteplici approcci, anche a seconda delle proprie convinzioni, della propria motivazione e del proprio vissuto, oltre che del messaggio che si vuole trasmettere con la propria produzione artistica.
Gli approcci principali, secondo me, sono due – tra i più scelti in assoluto, o comunque tra i più “pubblicizzati”: un approccio “conservatore” e un approccio “progressista”.
Capiamoci subito: se nell’Ottocento l’Accademia di Belle Arti di Parigi era conservatrice e gli Impressionisti erano progressisti, oggi non può essere così. Oggi nella cultura comune è progressista chi vuole bruciare tutto ciò che è stato fatto nel passato per stabilire una nuova affermazione dell’umanità nel totale rinnovamento delle convenzioni sociali, ambientali, ideologiche nonché tecnologiche ed economiche, mentre conservatore è chiunque abbia riserve in merito al superamento di una o più convenzioni pregresse.
Nell’arte non può essere così – così come non è a mio avviso positivo nemmeno in altri ambiti: un’arte conservatrice si pone in una tradizione, rispetta determinate regole che vengono semplicemente seguite nella realizzazione di un’opera, come standard a cui “appoggiarsi” anche per semplicità. L’utilizzo di manuali, l’applicazione di teorie e teoremi, l’iper-fedeltà ad una linea di pensiero anche in modo estremamente superficiale è al contempo punto di forza e di grande debolezza. Le opere possono essere di grande impatto e bellezza, così come possono sembrare tutte uguali e di grande banalità.
Faccio un esempio pratico: prima dell’Impressionismo, l’arte pittorica dai canoni neoclassici era reputata di grande bellezza e perfezione; con l’Impressionismo tale bellezza viene molto relativizzata mentre vengono mosse critiche prima all’irrealismo delle forme ideali rappresentate dai pittori accademici, quindi viene reputata noiosa e priva di spunti interessanti, buona solo a decorare le case dei ricchi.
L’arte dei “rifiutati”, come l’arte impressionista o l’art brut, è stata vista prima come arte sbagliata, poi come arte di grande interesse per l’eterogeneità dei messaggi che gli artisti volevano trasmettere e per la varietà e la fantasia nell’utilizzo delle tecniche e delle forme di soggetti concreti (paesaggi, ritratti, nature morte) o astratti.
A voler approfondire, è evidente che l’arte conservatrice resta di grande valore, perché volendo studiare le scelte e la tecnica di ogni artista, per un solo quadro ci potrebbe essere lavoro per settimane o mesi. Lo stesso vale per l’arte progressista, che non seguendo una sola regola scritta, ne crea infinite, per ogni variazione di forma e di tema possibile nello spazio e nel tempo.

Certamente a prima vista l’arte conservatrice sembra meno interessante e meno “fresca” di quella progressista, ma siamo già arrivati al punto, forse, in cui quasi tutto ciò che si poteva fare è già stato fatto, almeno coi mezzi a nostra disposizione oggi. Ci troviamo quindi in un’epoca storica in cui i dj sono artisti, in cui gli artisti visuali “remixano” clip e visual 3D per creare nuove rappresentazioni grafiche, in cui gli artisti contemporanei sono citati da artisti di estrazione accademica nella creazione di opere ibride.
Di sicuro anche qui ci sarebbe da discutere per ore sulla qualità, sul valore e sulla creatività di artisti e opere.

Quando io ho iniziato a sperimentare con la musica elettrificata prima ed elettronica poi ho sempre e solo scelto un approccio diverso (approccio progressista) a quello che mi era stato insegnato (approccio conservatore).
Avrei potuto decidere di provare a fare musica in modo casuale, sfruttando il caos e magari cercando di suonare in giro pur di farmi un nome in un ambiente legato alla musica industrial, punk o noise (approccio MOLTO progressista, alternativo, anarchico, antagonista) oppure provare a mettermi in un giro tale da finire in qualche audizione per talent più o meno famosi (approccio mariadefilippico/amadeusiano).
Ho scelto di provare con l’approccio più divertente, più educativo per me, e ciò mi ha permesso di approdare anche nell’ascolto a generi musicali che non avrei mai apprezzato né ascoltato prima.

Non che la musica suonata con le chitarre nel loro approccio “rock” o “folk” mi non mi piaccia più, solo che ora a me questa musica dà poco.
La apprezzo certamente, ma sono più contento nel registrare la colonna sonora del mio filmino delle vacanze con un sintetizzatore FM e poi distribuire lo stesso brano in Creative Commons su internet, piuttosto che nel restare in un angolino o in mezzo ai miei amici a strimpellare Ligabue o gli 883.
Questa cosa molta gente che conosco non la capisce o la ignora.

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Tornare a scrivere

Viaggiare è una fuga, giocare è nascondersi
Mangiare è coprire una fossa
Sono anni che scrivo
Con un mood negativo

La verità sta dietro ai miei occhi
Cerco di vederla, e non riuscirò mai
Proverò di tanto in tanto ad ascoltarmi
Per vedere se il punto è proprio questo

Cercherò di scrivere a flusso
Per vedere se la penna inganna la mente
E la mente a sua volta il subconscio
Riempiendo pagine vuote

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Ultreia et Suseia

Buongiorno signore, Come sta?
Non ci conosciamo, io abito nel suo quartiere da quando sono nato, l’ho vista in giro da quando ero piccolo e vedevo che accompagnava suo figlio alla mia stessa scuola elementare. A occhio e croce doveva avere l’età che io ho oggi.

Non l’ho mai salutata prima, anche se so in che casa abita e che lavoro fa.
La saluto solo perché ci incrociamo ora, durante una camminata tardo pomeridiana in questa domenica di fine gennaio, mentre il sole scende e la pianura padana sembra meno apatica e infernale.
Sì, ho detto infernale, perché per me l’inferno non é il posto caldo e affollato che tutti immaginano, ma é più simile al buco gelido e di solitudine del Lucifero dantesco.
Un inferno di abbandono, in cui però non c’é la solita nebbia a coprire le nostra fragile natura umana del cazzo.

Oggi in questa camminata lei é stata l’unica persona che ho incontrato.
No, non era l’unica persona uscita di casa per fare una passeggiata sull’argine. Ma tutti erano lì a camminare senza una meta che non fosse la fine o l’inizio dell’argine, come se non ci fosse da guardarsi intorno e da pensare alla propria vita rispetto alla natura che ancora qui sopravvive ai margini della città.
Camminano sull’argine quando non c’é nulla da dover arginare, non pensano alle lacrime e alla fatica di chi quell’argine lo ha costruito dopo che l’ultima piena del fiume si era portata via tutto, nella speranza che quello che avevano patito loro non lo dovessero patire le generazioni dei loro figli e nipoti, e che in effetti noi non abbiamo patito.
Eppure, tra tutta questa gente, lei è stata l’unica persona che ho incontrato, con cui ho scambiato un saluto.

Io sono qui a camminare come tutte queste persone, ma per me l’argine é la meta.
Alzo gli occhi, mi guardo intorno, come si fa quando si arriva sulla cima di un monte, dando le spalle al tramonto di oggi e già pensando all’alba di domani.
La saluto, signore, come si saluta chi si incontra in quota, non solo per cortesia, ma perché sia io che lei stiamo facendo lo stesso cammino.
La saluto come si salutano i pellegrini che si incontrano sul Cammino di Santiago.

Non sarà un cammino lungo ma è l’inizio di un ritorno.
L’inizio, forse, di un cambiamento, e ogni tratto di asfalto è tempestato dei ricordi.

“Andiamo oltre” – “Andiamo più in alto”, senza bastone alla mano ma con i nostri pensieri nella bisaccia.

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Sceglierei la lentezza, ma…

Sono veloce a dimenticare, a passare, a scegliere le vie brevi e meno faticose.
Il piacere nella lentezza, nella fatica, nell’attesa io non lo conosco.

Fumo lento di pipa, cucina lenta, lento mangiare, una crescita lenta e difficoltosa, una scrittura lenta e ordinata, preparazione lenta, comporre lentamente.
Tutto ciò lo fuggo come se fosse il male, di istinto, di impulso corro dalla parte opposta.

Eppure so che nella lentezza è il gusto, nella lentezza è il metodo, dove nelle sfumature sta la bellezza, nella pazienza la speranza.

Sabati e domeniche ad annoiarsi, a guardare fuori le nuvole grigie che si spostano e le foglie arancioni che cadono.
Quante parole scritte, quante scelte fatte, quante idee trasformate in bozze di realtà, in quelle giornate uggiose.

La preghiera può essere dialogo lento con il divino, oppure un soliloquio, un rimuginio o una ruminazione.
Un amore o un’amicizia possono nascere e crescere solo se c’è ascolto, pazienza, ma soprattutto una disposizione alla lentezza.
La lentezza è requisito della fede e della fiducia.

Ogni giorno io sceglierei la lentezza