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Pensieri e note

Selvaggia

La notte non fa poi così paura
Quando sei sdraiata sul letto, nella tua stanza
Ti giri e solo a volte senti in lontananza
Il treno, e la tua vita che se ne va

La notte a volte mi fa un po’ paura
Quando mi sveglio di soprassalto nella mia tenda
Il peccato sta reclamando il suo salario
La morte è l’unica moneta nelle mie tasche

E adesso che la morte pesa più del mio zaino
E adesso che la notte deve ancora arrivare
Io scrivo ogni mio pensiero su questo foglio bianco
Che importa se qualcuno mai lo leggerà?

La vita no, non fa piú paura
Se riesci ad uscirne viva come ho fatto io
Il tempo che ora sto contando è quello che passa
A quello che deve venire daró conto poi

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Pensieri e note

Nulla più

Ogni giorno
Sorrido a tutti
Faccio ciò che devo
E anche di più

Ogni notte
Sorrido a tutte
E me le faccio, se voglio
E voglio sempre di piu

Unico limite
Alla mia libertà
È l’alba
Stupida luce

Fingere
Solo per tirare avanti
E nulla che basti
Nulla più

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Pensieri e note

Tu sai

Tu sai di cosa ho paura.
Tu sai cosa penso.
Tu sai le mie speranze, le mie incertezze, le mie mancanze.
Sai che di notte non voglio dormire, ma dormo solo perché è un modo sistematicamente sicuro per dimenticare.
Sai che di giorno ci provo a combattere la mia buona battaglia, a volte anche chiedendoti soccorso, e che però spesso rimango solo, mentre la notte incombe, ad aspettare che qualcosa cambi. Ad esempio, che mi venga strappato via dal cuore questo macigno che lo schiaccia e lo opprime.

Tu sai che cosa faccio, per riempire il vuoto che ho dentro quando sono solo.
Sai la paura che ho al pensiero di legarmi a qualcuno, mentre legarmi a qualcosa è l’unico modo che ho per avere una minima certezza: ho una casa, ho una chitarra, ho una macchina fotografica, ho un computer, ho una televisione, ho un cellulare… Quindi esisto, quindi sono.

Tu sai, quindi, che quello che ho appena detto è una menzogna.
Sai che esisto, e lo sapevi prima che io fossi o che io facessi alcunché.
Lo sa anche il diavolo, e per questo me la spaccia come unica verità.

Lui non sa, però, quello che sarà. Lui sa solo quello che era e quello che è.
Il diavolo è miope. Una talpa che lavora sotto terra per minare le fondamenta e far crollare la casa; rimane, comunque, una talpa e come tale va trattato.

Tu sai che quello che faccio non è quello che sono; che quello che ascolto non è quello che sento; che quello che mostro di me non è quello che vedo.

Tu sai che il mio ideale è il nulla.
Ok, forse ho un po’ esagerato con quest’ultima frase: penso che l’ideale di tutti sia la gioia perfetta, ma che pochissimi la perseguano realmente, forse perché è troppo difficile o perché è troppo doloroso.
Il nulla è l’ideale di scorta su cui ho ripiegato: “nulla” perché non ho realmente una meta, “nulla” perché è ciò che tutti cercano senza esserne mai davvero lieti, “nulla” perché è ciò che tutti ottengono; ciò che non ottengono sono dei frutti che siano davvero buoni.

Tu sai che non esiste il “nulla”, e mi insegni che il “vuoto” che sento è in realtà un’assenza di qualcosa che non solo lo riempia, ma lo completi.
Tu mi completi. Tu mi rendi pieno. Tu mi rendi felice.

Se la morte è come un vuoto, allora la vita è come una pienezza.
E se il mio vuoto è riempito di ciò che non riempie, allora non sarò mai pieno, soprattutto pieno di vita.

Se la mia morte è come una nudità, allora la vita è come una coperta.
E se mi vanto della mia nudità, chi mi coprirà quando chi è nudo sarà coperto?
La coperta mi copra, mi scaldi con il suo calore, e che io sia cosciente della mia nudità e accetti di essere coperto.

Tu sai che sono nudo, e ora lo so anche io.
Tu mi ami così, nudo come sono, e non mi hai detto te di coprirmi.
Tu mi hai coperto, è vero, ma se io fossi stato aperto al tuo amore allora non avrei avuto bisogno di vestiti per il mio corpo, ma di un nuovo vestito per la mia anima.

Tu sai della mia paura di fallire.
Sai che se dormo e non penso, ascolto musica e non penso, lavoro e non penso, cammino e non penso, è solo per la paura di fallire.
Vedo matrimoni fallire ovunque, figli abbandonati, persone tristi.
Ho un po’ paura, visto che hai scelto tu questa storia per me. Io non la avrei fatta così.

Aiutami ad essere di consolazione per chi vive un fallimento, perché tu sai che io non ce la faccio. Io mi giro dall’altra parte. Non vorrei essere così, ma lo sono.

Io voglio fidarmi di te.
Io voglio affidarti la mia vita. Voglio affidarti il mio fidanzamento. Voglio essere felice e ben oltre le mie aspirazioni. Voglio essere luce per gli altri, non catarinfrangente in una strada di campagna deserta.
E so che è vero tutto, sempre, con te. So che è arrivato il momento di affrontare dubbi, domande, incertezze, e non solo nascondendole o non pensandoci.

E’ ora di cambiare, di evolvere, di decidere. E, in tutto questo, di essere me stesso.

Tu sai quanto ti cerco, sono io che non so quanto tu cerchi me, mi parli e non ascolto. Perdonami.

Grazie.

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Pensieri e note

La rovina

È ciò che ci fa paura,
una paura che sempre cresce e mai crolla,
che ci fa star male
e ci fa cercare una soluzione ideale,
ideale come la famiglia felice per chi è solo
o la parità per chi non si sente uguale.

Cammino qui in mezzo,
macerie ovunque, polvere e fango,
e ci sto attento:
cammino insieme a loro.

La mia città non è in rovina,
queste rovine non sono quelle del mio Paese
che pure il tempo non ha risparmiato.

Sono come ossa inaridite
queste colonne spezzate, capitelli perduti
rotolati chissà dove, tra campi arati.

Sono morti di fame, a cui
danno caramelle per sfamarsi,
cani legati alla solita vecchia catena
che i padroni chiamano “libertà”.